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Guido Pecci


GUIDO PECCI

 Deserto che fai popolato

 Tecnica mista su tavola


 

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Prima di “pensare” al quadro, mi è necessario predisporre il supporto a ricevere la pittura: recuperando una miriade di frammenti cartacei, anche precedentemente segnati o macchiati di colore, mi accingo ad incollarli liberamente sulla tela. 
Le fibre incrociate della carta, di un tono giallo paglierino, mi suggeriscono il verso di una pennellata o l’affioramento di una silhouette. 
Mi capita, in quell’istante, di stare dietro ad un flusso di sonorità linguistiche, come voci sovrapposte che riproducono espressioni esclamative o in forma di verso: “l’amore così come viene”, “lentamente e a poco a poco”, “non tormentarmi l’anima che vuole fiutarti”… subito, anzi, immediatamente, le trascrivo sul dipinto e, una dopo l’altra, le confondo tra i segni. 
La parola si prolunga direttamente nell’immagine, resta chiusa dentro la nuvola di un fumetto o ne fuoriesce.  
Allineo ed accoppio le tele, stabilendo un autentico “gioco delle parti”, un rimando speculare di forme e di campiture cromatiche, di suoni protratti ed echeggianti. 
Penso ad una grande parete, ad una superficie che, un po’ alla volta, cresce per via di aggiungere un modulo all’altro. 
Penso ad un grande muro, aperto su tante finestre dalle quali non ci si può affacciare ma è possibile guardare dentro, per sbirciare scene di vita notturna e brulicante di traffici erotici: “mais oui! C’est la mort du jour” , “je ne cherche pas l’amour spirituel”. 


 

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