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Carta archeologica medievale - Frosinone - Recensione


Dalla quasi puntigliosa, direi, lettura incrociata delle diverse fonti emerge un paesaggio caratterizzato da mutazioni idrografiche e da diverse forme di ripartizione e di sfruttamento agricolo che i toponimi, accuratamente censiti, analizzati e interpretati convincentemente dalla Pietrobono, evidenziano in abbondanza.
Così appaiono definiti nettamente il frazionamento delle proprietà agricole e la varia configurazione degli appezzamenti, le colture tradizionali e l’affacciarsi di specializzazioni nel passaggio dal mondo classico al Medioevo, dall’espansione del coltivo ai danni del bosco, alla riconquista della foresta, dell’incolto e della palude, alle opere di bonifica agricola promosse dai monasteri benedettini e dalle città; mulini, talvolta fortificati con torri che permangono ancora, condutture idriche di alimentazione, fossati e pescaie danno vita e colore a un paesaggio naturale fortemente antropizzato, sia in forma sparsa che accentrata, che si definisce nel corso del Medioevo.
L’assenza di scavi sistematici, più volte lamentata dalla Pietrobono, impedisce la definizione dei contorni della realtà tardoantica e altomedievale del territorio, salvo una generica continuità di vita ipotizzabile per alcuni centri principali, come Frosinone e Ceccano, supponendo la persistenza degli stessi su precedenti insediamenti romani e preromani.
Alcuni rinvenimenti, quali una piccola catacomba ad Anagni e necropoli tarde rinvenute a Veroli e a Castro dei Volsci, segnalano la precoce cristianizzazione del territorio suffragata dalla presenza dei vescovi Ormisda e Silverio e dalle brevi note del Liber Pontificalis nel periodo di trasformazione delle istituzioni e della società fra il tardoantico e l’alto Medioevo.
Particolarmente significativo in proposito è l’importante rinvenimento della Villa del Casale dal quale la Pietrobono prende spunto per considerazioni sulle trasformazioni del territorio nel cruciale periodo di transizione fra tardoantico e altomedioevo.
L’abbandono dei siti di pianura a favore di quelli meglio difendibili d’altura è evidenziato correttamente con la doverosa cautela dalla Pietrobono, in assenza di specifici dati di scavo, con le eccezioni di Castro dei Volsci e di Patrica per i quali l’autrice avanza convincentemente l’ipotesi che abbiano potuto rappresentare una precoce fortificazione degli abitati sparsi del territorio sottostante “dal momento che i dati di scavo editi non lasciano trasparire apparati difensivi allestiti nell’ambito delle stesse ville romane”.
Giustamente la Pietrobono evidenzia il preponderante rilievo militare sull’aspetto abitativo che la conferma del diploma di Ludovico il Pio autorizza a ritenere.


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