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Nella solitudine e nel silenzio - Relazione

La leggenda fu  presentata nel 1263 e nel 1266 tutte le altre versioni della vita furono messe al bando. La studiosa, tornata ad occuparsi del complesso in anni più recenti (1997), ha ipotizzato che gli affreschi siano stati commissionati dalle suore al loro ingresso nel monastero, in primo luogo affinché comparisse l’immagine di santa Chiara, canonizzata nel 1255 e ancora priva di un’iconografia propria. A suo avviso, inoltre, gli affreschi non furono realizzati solo per offrire alle clarisse immagini dolorose su cui meditare, ma soprattutto per sottolineare il modo armonico in cui tutti i seguaci del frate avevano trovato il loro posto, in concomitanza con la politica di Alessandro IV (1254-1261), che era favorevole a considerare l’ordine come unico, seppure diviso in conventi maschili e femminili. Lo dimostrerebbe la maniera paritaria in cui frati e monache si spartiscono la scena al di sotto del pannello con la Stigmatizzazione, dove il serafino divide in due gruppi, posti in posizione simmetrica alla sua destra e alla sua sinistra, san Francesco seguito da sant’Antonio e da altri frati e Chiara seguita dalle sue consorelle. Completano la decorazione un frate e una suora, inginocchiati sotto al serafino crocefisso,  tradizionalmente identificati con la badessa e il custode dei frati minori di Anagni. Anche le figure dipinte ai piedi dei santi Aurelia, Scolatica e Benedetto (una penitente laica, una monaca e un frate, tutti e tre francescani, come mostra il cordiglio) sono state lette come un segno dell’unità dell’ordine francescano. La presenza del pannello con i santi benedettini rafforzerebbe inoltre la possibilità che le suore abbiano trascorso un periodo della loro vita religiosa in un regime misto, cioè con la regola benedettina e la forma di vita di Chiara. Infatti, dopo il ritiro dalla regola  scritta da Innocenzo III (1198-1216) per i monasteri femminili che facevano capo alla Santa Sede, le suore erano state lasciate libere di seguire un regime vario di regole comprendenti anche quella benedettina. In merito alle motivazioni che spinsero le clarisse alla scelta di un tale programma iconografico è intervenuto anche Michele Rak (1997), per il quale l’intento principale con cui fu realizzato il ciclo pittorico è stato quello di mettere in parallelo la passione di Cristo e la vita di santa Chiara, narrata nella Legenda sanctae Clarae virginis di Tommaso da Celano, scritta tra il 1255 e il 1256. Da ultimo Magret Boehm, autrice di una  dissertazione di dottorato sulle storie della Passione (1999), dopo aver confermato l’orientamento stilistico del ciclo, legato alle pitture nei sotterranei della Cattedrale di Anagni e ai modi della prima bottega dell’abbazia di Grottaferrata, ha ribadito il legame dei dipinti con l’ambiente francescano femminile, a ridosso della canonizzazione di Chiara (1255). Ha inoltre sottolineato la realizzazione degli affreschi in funzione devozionale, contemplativa e patetica, secondo una concezione che maturò nel francescanesimo intorno alla metà del XIII secolo, per effetto della teologia di san Bonaventura. La datazione dei dipinti è stata quindi ulteriormente precisata tra l’ottobre 1258 e il luglio 1261, quando la curia papale risedette senza interruzioni ad Anagni, avendo riconosciuto nei due personaggi inginocchiati ai lati del trono di Cristo nella scena del Giudizio, come committenti più probabili, il papa Alessandro IV, raffigurato da vescovo, e sua sorella Agnese, dipinta come clarissa.  



RELATORE
Francesca Romana
Moretti
 
   MATERIALI
Relazione
Bibliografia
   ANGOLO EXPO
Antonio Menenti
Stratificazioni...di muri bianchi
 
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