Home
Le acque che sono sotto il firmamento - Relazione

A più di quarant’anni di distanza lo studio di Andberg (1965) è ancora unico e fondamentale contributo all’analisi di questa figurazione marina. Egli per primo ha proposto di riconoscervi il tema delle ‘acque inferiori’, aprendo nuovi significativi scenari interpretativi. Condividendo tale lettura, pertanto, vogliamo condurne un approfondimento ed un aggiornamento, apportando precisazioni e rettifiche alla luce dell’ampliato scenario critico.
La diffusa incomprensione dell’importanza e del senso di questa scena ha condotto gli studiosi a descriverla spesso in modo generico ed impreciso. Questo paesaggio marino risulta definito da un’ampia cornice rossa, profilata al suo interno da un’ulteriore fascia bianca dentellata dallo stesso rosso. Ecco aprirsi uno spazio, quello degli abissi marini. Le acque sono scure e perigliose, popolate da enormi pesci in lotta fra loro, con denti aguzzi e dalle argentee squame . Ad un ippocampo (che poco ha della sua tradizionale immagine innocua) risponde un essere mostruoso, ibrido prodotto di un incrocio tra un bove ed un pesce, la cui coda, tutta arrotolata attorno al corpo è resa analogamente a quella dell’ippocampo. Presenti anche figure umane o semi-umane dal carattere mostruoso, deformemente immaginifico: alla base del sottarco un “pigmeo barbuto”. L’uomo nudo ha proporzioni tozze e genericamente disarmoniche; le gambe, piegate, mostrano un ginocchio sporgente, il busto, ruotato di tre quarti, il volto di profilo. Mentre tenta di arpionare  con la mano sinistra un pesce per mezzo di un tridente, ne ha appena preso uno con un anello. L’operazione è visibilmente disturbata dalla presenza di un sauro marino, le cui spire avvolgono il corpo. È lo stesso serpente che avvinghia un altro pescatore, alla base opposta dell’intradosso. Pesca seduto, con una canna, caratterizzato da un aspetto inquietante enfatizzato dal colore rosso della pelle. Indossa inoltre un cappello dalle vaghe reminiscenze frige. Mentre un palemone cavalca un pesce, una suadente sirena tricaudata si offre frontale alla vista dello spettatore. Pone le mani, l’una all’altezza del seno, l’altra sul ventre, in un’attitudine di invito esplicitamente sensuale.
In termini di composizione e carattere iconografico primario, è evidente la voluta assenza di simmetria: gli scuri flutti sono sconvolti dai sincopati movimenti dei pesci, movimenti nervosi che imprimono allo spazio una sensazione di penetrante inquietudine. «Tutta la pittura» nota Andberg «è composta senza simmetria e con una libertà che sottolinea il carattere disordinato e selvaggio di questi esseri marini». Questo scenario fa dire ad allo studioso: «Nelle altre rappresentazioni di fauna marina non abbiamo potuto rintracciare una stessa unione di mostri di natura demoniaca e frivola di Anagni […] La natura selvaggia dei pesci è qui accentuata più fortemente che nelle altre rappresentazioni acquatiche conosciute, mentre gli elementi esotici dell’idillio alessandrino sono completamente esclusi».
Può rappresentare una figurazione così esplicitamente caratterizzata un generico «Regno del mare», come suggeriva Toesca?
Questa ipotesi sembrerebbe esclusa dal Grabar, il quale però confonde ulteriormente i termini di una possibile definizione iconografica del tema.  


RELATORE
Claudia Quattrocchi
      MATERIALI
Relazione
Bibliografia
   ANGOLO EXPO
Fernando Rea e Giovanni Fontana
Immagini d'acqua
       

HOME CENACOLI

    


 

© 2007 - 2018 Latiumadiectum
e-mail: redazione@latiumadiectum.it - direttore@latiumadiectum.it
Il portale viene aggiornato senza regolare periodicità, pertanto non rientra nella categoria dell'informazione
periodica stabilita dalla Legge n.62 del 7 marzo 2001.