“Pietate ac religione atque hac una sapientia quod deorum numine omnia regi gubernarique perspeximus, omnis gentis nationesque superavimus”. Cicerone, nel De haruspicum responso, ha delineato in poche parole il rapporto che Roma aveva con le proprie divinità, legando la superiorità dell’Urbe al rispetto per i propri dei. L’Arpinate, nell’orazione De domo sua , ha inoltre affermato: “Cum multa divinitus, pontifices, a maioribus nostris inventa atque instituta sunt, tum nihil praeclarius quam quod eosdem et religionibus deorum immortalium et summae reipublicae praeesse voluerunt, ut amplissimi et clarissimi cives rem publicam bene gerendo religiones, religionibus sapienter interpretando rem publicam conservarent”. In essa egli ha ribadito il medesimo concetto ma ha anche rilevato il rapporto inscindibile tra la religione tradizionale e le istituzioni politiche e giuridiche della res publica. E’ difficile oggi – telegiornali e stampa ci mostrano quotidianamente gli effetti devastanti dell’intolleranza religiosa, in Medio Oriente e nel resto del mondo – immaginare come una piccola città sia diventata la capitale di un impero composto da popoli e religioni tanto differenti. Quale fu il segreto della potenza romana? Bhè, certo furono molteplici ma uno dei fattori determinanti fu sicuramente la pax deorum: Roma basò il proprio potere sul principio della tolleranza, riconoscendo e assicurando la libertà religiosa ai popoli conquistati. Indice, questo, di una certa “apertura culturale”. Nelle teorie dei pontefici romani esistevano, accanto ai culti patri, anche quelli peregrini, benché spesso le due tipologie si confondessero e la differenza fra le due non apparisse quasi mai netta. Alla luce di ciò, più che di “religione romana” si dovrebbe parlare, al plurale, di “religioni”. |