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Mars sive Numiternus - Relazione


Ad ogni conquista, Roma si trovò di fronte ad un pantheon nuovo ed immancabilmente ridefiniva la propria realtà divina, introducendo divinità originarie di altre città. Questo processo poteva avvenire lentamente, assimilando gli dei del luogo nel tempo e reinterpretandoli. L’interpretatio permetteva ai sacerdoti romani di conciliare la fedeltà verso culti tradizionali con un’apertura illimitata verso i culti stranieri e, contemporaneamente, contribuiva ad evitare conflitti mascherati da “guerre di religione”.
Spesso l’assimilazione avveniva attraverso il rito dell’evocatio. Si trattava di una formula diretta ad invitare gli dei della città nemica ad abbandonare la loro sede e a trasferirsi a Roma. Il cerimoniale prevedeva la conoscenza esatta dei nomi delle divinità da evocare, come ci viene descritto da Macrobio in relazione alla presa di Cartagine.
La storia della religione romana conserva molti casi simili a partire dai primi contatti che questo popolo ebbe con i propri vicini.
Il Lazio meridionale conserva ancora oggi tracce dei culti volsci, ernici, o sannitici, grazie all’interpretatio che si ebbe in età romana.
Un caso importante rintracciato nella Valle di Comino è stato oggetto di numerose discussioni: si tratta della dedica a Mars sive Numiternus, una piccola iscrizione rivolta al dio Marte, in cui, per le necessità del rituale, si dovette ricordare anche la divinità locale assimilata al dio della guerra. La fama del dio indigeno – è incerto se sannita o volsco – dovette essere ampia, tanto che lo troviamo citato nell’epigrafe atinate del II secolo d.C. e nella Ad Nationes di Tertulliano nel IV secolo d.C.


     RELATORE
Maria Giudici
   MATERIALI
Relazione
Bibliografia
  INTERVENTI
Dario Pietrafesa
Roma Caput Mundi?
             
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