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Tra peccato e redenzione - Relazione: L'uomo col serpente

Viene inoltre alla mente anche un passo del Vecchio Testamento, solitamente letto durante le celebrazioni pasquali, che potrebbe spiegare la diffusione dell’immagine e confermare l’interpretazione semantica dell’iconografia. In questo episodio si racconta di quando il popolo d’Israele, sfiancato dal duro viaggio verso il Mar Rosso, iniziò a lamentarsi di Mosè e di Dio, permettendo quindi al maligno di insinuarsi tra di loro. Così a causa del loro peccato, il Signore mandò nell’accampamento dei serpenti velenosi, per il morso dei quali molte persone morirono nel peccato. Allora il popolo d’Israele si ravvide e si pentì, chiedendo a Mosè di pregare l’Eterno perché allontanasse da loro i serpenti del male; Dio disse a Mosè di fare un serpente ardente e di metterlo sopra un’antenna, aggiungendo che “chiunque sarà morso e lo guarderà, resterà in vita”. I teologi medievali vedranno nell’erezione del serpente di rame una prefigurazione dell’elevazione del Cristo Salvatore sulla croce: nello Speculum Ecclesiae Onorio d’Autun paragona il serpente di rame, la cui vista guarisce il popolo d’Israele dal morso del serpente, al Cristo sulla croce che libera chi crede in lui dalla piaga del peccato. Ancor più esplicito nel suo sermone del Giovedì Santo Onorio dice: “A causa del serpente il veleno della morte ha contagiato il mondo; grazie al serpente di rame elevato sulla croce è stata versata su tutti la dolce bevanda della vita”. Il racconto biblico è “progenitore” e metafora della vita di ogni cristiano, nella quale possono esserci dei momenti di debolezza religiosa, vulnerabilità morale, in cui il maligno sferra i suoi attacchi, facendo sorgere dubbi, incertezze, tentando l’uomo al peccato e allontanandolo da Dio; il Signore però offre immediatamente la soluzione, un mezzo di salvezza, nel caso del racconto il serpente di rame, a cui il cristiano può aggrapparsi per tornare sulla retta via; tuttavia così come il popolo d’Israele non veniva salvato automaticamente dall’innalzarsi del serpente, ma poteva scegliere liberamente se guardarlo e scampare alla morte, allo stesso modo il cristiano, morso dal serpente/male/peccato, può decidere da sé di riporre nuovamente la propria fiducia nella fede, di guardare la croce di Cristo e di credere alla parola di Dio, di cui il serpente innalzato sull’antenna è prefigurazione. Gesù stesso dava una spiegazione a questo simbolo proprio in Giovanni in cui si legge: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque guardi in lui abbia vita eterna”.  Il fatto che il morso del serpente stia a significare il peccato, il male da cui bisogna fuggire lo si evince poi anche da altre letture religiose tra cui il Libro del Siracide, in cui si legge: “Figlio hai peccato? Non farlo più e prega per le colpe passate. Come alla vista del serpente fuggi il peccato; se ti avvicini ti morderà”. Tornando ai pulpiti campano-laziali, il fatto che sia proprio Giovanni, il cui simbolo dell’aquila campeggia in cima agli amboni, a ricordare nel suo Vangelo l’episodio del serpente di rame, permette un collegamento con la figura del lettorino: l’uomo morso dal serpente è metafora del male che in momenti di debolezza può insinuarsi nell’animo del cristiano, ma se questi sceglierà di porre di nuovo la sua fede nella parola di Dio, espressa dall’ambone, di credere ancora nel sacrificio della Crocifissione, di cui il serpente di rame è prefigurazione storica, allora il Verbo del Signore, l’aquila dell’Evangelista, lo “strapperà” al peccato, in una sorta di rinascita a nuova vita: vis Evangelii demones fugat et atria coeli pandet, come infatti si legge sull’ambone di Bari.     


RELATORE
Manuela Gianandrea
   MATERIALI-a
Relazione: Giona
Relazione: L'uomo col serpente
    MATERIALI-b
Bibliografia
         
    

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