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Maestri dottissimi Laziali? - Relazione

Una sintesi della fusione tra modi campani e romani, quasi un manifesto del modus operandi delle botteghe laziali, è offerta dalla lastra che oggi funge da paliotto d’altare nella chiesa di Santa Maria Assunta a Sermoneta, dove al di sopra e al di sotto del quincux centrale si stagliano due globi di cristallo di monte. Matthiae aveva visto nella lastra, per il disegno a tessere minutissime, la vivacità cromatica e l’utilizzo di cristalli, tecnica questa assolutamente estranea a Roma, una testimonianza della penetrazione nel Lazio meridionale di modi compositivi campani, accolti dagli artisti romani quando si recavano a lavorare nel sud della regione. In realtà l’osservazione dell’impianto decorativo della lastra porta a respingere questa ipotesi, ricordando più da vicino le opere prodotte dai marmorari romani. Vero è anche che alcuni elementi rimandano alla tradizione campana. Innanzitutto l’inserzione dei vetri, che richiama quella dei bacini ceramici dell’ambone più antico della cattedrale di Ravello o di quello di San Giovanni del Toro sempre nella cittadina della costiera. Se nel primo frammenti di maiolica araba vanno a decorare i particolari degli animali, come il pistrice o i grifi, nel secondo i consueti dischi in porfido sono addirittura sostituiti con tondi di maiolica, che il Ballardini ha ritenuto opera del maestro egiziano “degli animali neri”, datandoli tra la fine del XII e il principio del XIII secolo. Ancora di gusto campano è la scelta di utilizzare nel motivo decorativo dei cinque cerchi tondi marmorei di piccole dimensioni: le misure più ridotte permettono infatti di realizzare disegni e giochi ornamentali infinitamente più articolati e dinamici, con fasce e linee avvolgenti che possono rincorrersi in tutto lo spazio della superficie del pluteo.
Il rinnovato fervore artistico che caratterizza il Lazio a partire dal pontificato di Innocenzo III può segnare quindi il punto di formazione e sviluppo di botteghe laziali, a cui ci si poteva rivolgere per la realizzazione dell’intero arredo liturgico della chiesa o per una collaborazione con gli artisti provenienti da Roma. Quando questa collaborazione sussiste, come a Ferentino, Valmontone, Segni o Artena, sembra emergere un’interessante ripartizione tra maestranze locali e romane riguardo alle parti d’arredo da eseguire: alle prime è affidato il compito di erigere il pulpito, punto di incontro tra il sacro, ossia la Parola di Dio, e il popolo, mentre le seconde, tra cui ha un ruolo di rilievo a partire dal terzo decennio del XIII secolo la bottega vassallettiana, si occupano della zona di maggior prestigio, ovvero quella del presbiterio. Il distacco fisico tra ambone e recinto presbiteriale non deve suscitare alcuna perplessità, dal momento che già a Montecassino il pulpito ligneo era posto “extra chorum”, così come non deve stupire la presenza diffusa di un solo ambone nelle chiese del basso Lazio.   


RELATORE
Manuela Gianandrea
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