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Maestri dottissimi Laziali? - Relazione

Oltre che dalle testimonianze superstiti, che documentano pulpiti a cassa su colonne a Terracina, ad Alatri, a Fondi, a Pontecorvo e a San Vittore del Lazio, dalle Visite Apostoliche della fine del Cinquecento e dagli scritti degli eruditi locali si evince come a Ferentino “…est pulpitus antiquus sed nobilis marmoribus constructus et vermiculatis ornamentis ornatus et regitur super columnellis marmoreis decentibus, super quo est elevata crux...”, che a Sezze ci fosse un “…pulpitum magnum, antiquum et vetustum quattuor columnellis marmoreis subestenatum”, come a Valmontone fosse presente “…un pulpito di pietra retto parimenti da colonne tutto lavorato a musaico…” e similmente ad Artena un “…pulpito della istessa opera [mosaico], sostenuto da due colonne”. Alcuni di questi arredi accolgono non solo una tipologia di pulpito campana, ma anche stilemi decorativi e ornamentali delle opere prodotte al di là del Volturno. Questo inducono a pensare il decoro a linee spezzate e l’esuberante zoo delle lastre di Terracina, le figure degli Evangelisti di Fondi, i pistrici di Segni e della cattedra di Fondi o i pavoni di San Vittore del Lazio, così come un referente campano sembra imprescindibile per i capitelli ornati con figure e animali o per l’apparato scultoreo figurato. Matthiae in un lungo articolo del 1952 spiegava queste concessioni ad un gusto altro come l’accoglimento di morfemi campani penetrati nelle zone di confine del basso Lazio da parte dei marmorari romani, che, lavorando lontano dall’Urbe, si sentivano più liberi di aprirsi a sollecitazioni esterne e diverse. Insomma, un’abiura da parte dei magistri doctissimi! Sembra infatti alquanto difficile che i marmorari romani rispettosi e fieri della loro arte e del loro bagaglio culturale, fortemente connotato in senso romano e antichizzante, abbandonassero improvvisamente i caratteri stilistici che li connotavano per accogliere tratti propri di una cultura altra, per quanto di spicco, come quella campana. Soprattutto a partire dal XIII secolo i Cosmati acquisiscono infatti una tale consapevolezza di sé, delle proprie capacità e in particolare del proprio ruolo di “continuatori” delle glorie passate da far apparire perlomeno improbabili delle scelte in controtendenza. Questo traspare nettamente dalla firme lasciate dagli stessi marmorari sulle loro opere. La piena coscienza della propria arte e del fatto che il loro semplice nome fosse garanzia non solo di qualità artistica ma soprattutto di un certo tipo di produzione spiega il significato del formulario delle firme, dove ad essere rimarcata è sempre la “romanità”: civis romanus, magister romanus, civis magister romanus, magistri doctissimi romani, romani cives, romanus, de Roma, fino  al  subliminale  cives  romani magistri doctissimi. Oltretutto mi sembra che gli artisti romani fossero molto accorti nel sottolineare la loro “romanità” quando si trovavano a lavorare fuori dall’Urbe non solo per ovvie ragioni “geografiche”, ma anche forse per differenziarsi da maestranze locali.


RELATORE
Manuela Gianandrea
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