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Maestri dottissimi Laziali? - Relazione

L’essere “nobiliter ductus in arte” per l’artista romano voleva dire, al contrario di un marmoraro siciliano, campano o toscano, anche l’accettazione di un tabù, di sicuro limitante nell’esternazione delle proprie capacità, quale la rappresentazione di soggetti figurati. Gli amboni, le scholae cantorum, le recinzioni romane sono in netta prevalenza aniconiche e l’appellativo di scultori arriva ai Cosmati solo per un numero limitato di tipologie, leoni e sfingi soprattutto e in misura minore telamoni e maschere. Probabilmente il timore perdurante a Roma che le statue divenissero “idola falsa” ha negato ai marmorari le possibilità artistiche della figura, al contrario della Campania, dove l’apporto della scultura figurativa è incomparabilmente più alto. Dal momento che anche negli arredi del basso Lazio la figura, sia essa dipinta o scolpita, trova uno spazio d’espressione importante, dalla testa di Abyssus a Terracina alle Storie di Giona a Cassino, Gaeta e Alatri fino all’Uomo morso dal serpente della stessa Gaeta e di San Vittore del Lazio, mi sembra alquanto difficile vedere all’opera un artista romano.
Tuttavia vero è anche come il mobilio liturgico del Lazio meridionale riduca fortemente il ruolo dell’apparato scultoreo rispetto agli analoghi contesti campani e, soprattutto per ciò che concerne l’ornamento musivo, si discosti proprio dagli esempi della Campania.
Rispetto ad essi, le figure di animali di Segni o Terracina, serrate nel loro netto contorno, si caratterizzano per una cromia maggiormente vivida, un linearismo più robusto, lontano dal senso di ariosità e leggerezza dei volatili di Ravello, Sessa o Caserta Vecchia, per una presenza fisica più statica e massiccia e per una maggiore espressività, che ritornano, ad esempio, nel pluteo destro con figure di Evangelisti del pulpito di Fondi o nei pistrici della cattedra della stessa cittadina. Si tratta naturalmente di una rielaborazione che non può prescindere dai referenti campani, vista la dipendenza formale del tema decorativo e la ripetizione di alcuni stilemi, come il piumaggio rigato, l’uso di tarsie in alcuni punti e le tre grandi tessere a formare le code dei draghi. Le lastre prodotte nel Lazio meridionale presentano inoltre nella concezione spaziale dell’ornato una certa compostezza e semplicità, che dichiara un’adesione da parte degli autori a moduli compositivi tipicamente romani. La misura del tondo centrale in porfido, che occupa spesso quasi tutta la superficie della lastra, imprime un senso di serena spazialità che si allontana dai complessi e articolati giochi ornamentali dei plutei campani, in cui l’uso di dischi più piccoli e l’utilizzo di linee ripetutamente spezzate, zigzaganti e intrecciate generano un decoro nettamente più dinamico. Anche quando nei pulpiti campani l’artefice si affida al motivo del quincux con il cerchio centrale più ampio, come nel pulpito Aiello a Salerno o in quello di San Giovanni del Toro a Ravello, questo non raggiunge mai l’incombenza di quelli laziali. L’accentuato rigore grafico e la vivacità cromatica dei giochi ornamentali di Terracina, Minturno o Fondi non trova assolutamente riscontro, fatta eccezione per il pulpito di Teano, in ambito campano; qui inoltre il gusto coloristico si compie negli ampi fondi color oro, caratterizzati da contrasti cromatici che non raggiungono la violenza di alcuni laziali.


RELATORE
Manuela Gianandrea
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