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Trasformazioni di terra di acqua di fuoco

Il nucleo di partenza di questo ciclo di lavori recenti, che Fernando Rea ha realizzato tra il 2006 e il 2007 a partire dall’idea della continua trasformazione degli elementi naturali, di un’energia che tutto pervade rinnovandosi incessantemente, sono le immagini che scandiscono lo scorrere quotidiano della vita: frammenti presi dai giornali e strappati agli accadimenti dell’esistenza, intorno cui lavora a creare  commistioni, decontestualizzazioni e alterazioni dell’immaginario comune, per riallacciare i fili sottili ma tenaci di un racconto senza tempo, in cui ritrovare il sapore inconfondibile di un’iniziale armonia e il senso oscuro di storie antiche che nascondono verità attuali. L’artista manipola, stravolge, ritocca, dipinge, taglia, assembla, scegliendo immagini patinate, in cui spesso sono riconoscibili i volti  delle modelle che caratterizzano differenti campagne pubblicitarie, e riprendendo anche motivi già sperimentati nelle sue macronature degli anni ’70, per ottenere stratificazioni di segni e costruire piani cromatici di grande impatto visivo, con l’obiettivo di riappropriarsi del mito, inteso come l’originaria identità culturale cui fare riferimento, così da evitare una spersonalizzante quanto sterile omologazione, troppo spesso prodotta dall’inarrestabile processo di globalizzazione arrivato a compimento in questo nostro tempo. Seguendo le complesse suggestioni offerte dalla mitologia, che rappresenta non soltanto il motivo di irrinunciabili impulsi creativi, ma anche e soprattutto necessità della riscoperta di sé ed accettazione dell’inesplicabile complessità dell’esistenza, Rea persegue la possibilità di costruire un sottile equilibrio tra passato e presente per cancellarne l’insanabile dualismo.
Le immagini di Virbio, di Narciso, di Orfeo, di Persefone e Danae si presentano perciò non solo come memoria di una cultura originaria, attraverso cui riscoprire le motivazioni del presente, quanto piuttosto come possibilità di ripensare alla classicità in una prospettiva critica, in cui i termini di tradizione e di sperimentazione sono intesi come complementari, non come contraddittori.
 

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