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La magica espansione della memoria

Venti anni dopo i Polverosi di Antonio Menenti non sono il ripensamento indagato o la memoria sottratta alla dimenticanza: essi sono l’agguato presente! E non c’è nulla di davvero impolverato o pittoresco nei dipinti di quegli anni trascorsi, in quelle mappature cromatiche – Simulazioni, Anagnia e intrico, Il cofano degli ori – e gravitazionali, mai compiaciute del proprio equilibrio perimetrale o della lieve provvista di biacche, terre e ricami secolari; non c’è nulla di ascetico o ritualistico nelle sembianze epiche della storia – Bonifacio VIII, Celestino V, Il tavolo bizantino – bensì il repertorio di una contemporaneità che è tale proprio perché offerta come riepilogo mai attenuato del remoto. La “degenerazione” formale della Storia – di questa i corpi, il paesaggio, i pregiudizi, il tempo – indicata venti anni fa da un giovane Menenti quale cifra ineludibile del proprio narrare, anziché smarrire  la propria, indolente parentela con la dinamicità a venire, sembra averne afferrato i ritmi presumibili, l’innovata scrittura, il raggio premonitore.
Mi vien da dire che la “solidità” di un’opera – qui intesa non soltanto come responso retinico – è proprio nella sua inestricabile e feroce coniugazione temporale, ovvero in quella magica espansione della memoria - che è scrigno di aliti, di esistenze, di cavità – che generosamente invade lo spazio, e di questo ogni mistura, decretando il colore intimo dei giorni remoti e quello prossimo venturo della nostra desiderata maturità.
Ecco, le opere “datate” di Menenti sembrano preservare questa preziosa coabitazione, capace, più di ogni altro commento, di affermarne l’esistenza. 


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