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La casa di Dedalo

Le immagini di Camilla, Virbio, Narciso, Orfeo, Persefone, che Fernando Rea crea senza soluzione di continuità,  si presentano quindi non solo come memoria di una cultura originaria, attraverso cui riscoprire le motivazioni del presente, quanto piuttosto come possibilità di ripensare alla classicità in una prospettiva critica, in cui i termini di tradizione e di sperimentazione sono intesi come complementari, non come contraddittori.
La casa di Dedalo, evocata nel titolo, rappresenta il lungo viaggio dell’artista nei fertili territori della creatività perché, come scrive Zani in catalogo, “il viaggio, quale cifra dinamica e inesauribile di ricerca – pendolo a ridosso di sostanze epiche, territoriali, affettive, dolorose – è l’obbligo essenziale e dotto della poetica di Rea; ovvero l’insolito volano capace di unificare, proprio attraverso la ricognizione, il senso e il volto del remoto con gli embrioni del presente.
Nella Casa di Dedalo i frammenti visivi – le opere definite e di esse una miriade di convinzioni precarie – disseminati magicamente lungo vere e proprie corsie della memoria appaiono  come un  robusto bagaglio  mai disfatto  da precedenti peregrinazioni. Un archivio di profili e ombre, di fluorescenze impenitenti, di biacche e di neri avversi, di invadenti allegrie e, al contempo, di miserevoli ostilità. C’è pertanto, al di là di un’accoglienza distintamente retinica, un approdo fatto di mille ormeggi, edificato sulla consapevolezza di essere comunque viaggiatore instancabile tra gli arenili del passato e gli incerti scali del tempo presente”.  


 

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