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La casa di Dedalo


Ed è oltremodo curioso come questo – il luogo naturalmente – possa apparire, nella sua persuasiva fisicità, un ideale spartiacque temporale, magico  quasi,  capace di  sottolineare  o suggerire  un inconfutabile  gioco delle parti, in cui queste rielaborano, in un naturale e per nulla immaginario percorso, il senso specifico della trasmissione intesa come epidemia inevitabile, come consequenzialità di attracchi, ovvero quale riassunto dilatato del periodare. Se il portale robusto sembra aver assimilato e compreso il tragitto naturale del tempo – l’accento talvolta stancante delle ore, dei mesi, dei decenni – oltre la soglia il luogo visionario abitato da Fernando Rea restituisce invero una dilagante dimensione di contemporaneità. Viva, tangibile, autonoma, sovrapposta, impastata.
La casa di Dedalo è probabilmente la sua: nella molteplicità delle avvisaglie visive, nei reticoli di memorie occhieggianti, nella dinamica apparenza che preannuncia l’inedito alibi. Una vera e propria macchina labirintica all’interno della quale pare consumarsi l’ultimo – qualora decidessimo ancora di assecondare il tempo nella sua consolatoria direttrice – ambiguo affioramento.
Quando circa dieci anni fa Marcello Carlino, scrivendo di Fernando Rea sottolineò che “il mito è racconto ed è viaggio, pertanto”, preannunciava consapevolmente un nuovo e identificativo paragrafo della vicenda narrativa dell’artista. Il viaggio, quale cifra dinamica e inesauribile di ricerca – pendolo a ridosso di sostanze epiche, territoriali, affettive, dolorose – è l’obbligo essenziale e dotto della poetica di Rea; ovvero l’insolito volano capace di unificare, proprio attraverso la ricognizione, il senso e il volto del remoto con gli embrioni del presente.
Nella Casa di Dedalo i frammenti visivi – le opere definite e di esse una miriade di convinzioni precarie – disseminati magicamente lungo vere e proprie corsie della memoria appaiono  come un  robusto bagaglio  mai disfatto  da precedenti peregrinazioni. Un archivio di profili e ombre, di fluorescenze impenitenti, di biacche e di neri avversi, di invadenti allegrie e, al contempo, di miserevoli ostilità. C’è pertanto, al di là di un’accoglienza distintamente retinica, un approdo fatto di mille ormeggi, edificato sulla consapevolezza di essere comunque viaggiatore instancabile tra gli arenili del passato e gli incerti scali del tempo presente. 


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