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La casa di Dedalo


Le parole di Fernando Rea – quelle strappate generosamente all’entusiasmo della narrazione – sembrano oltremodo confermare quanto finora raccolto. Citando palesemente Delacroix e di questo sottolineando il tempo vissuto, Rea sembra finalmente giocare a carte scoperte – rischio assai grave per un magico manipolatore quale egli è – mostrando per un momento l’anima inscindibile e antesignana del suo incedere. “È stato detto tutto ma ora bisogna dirlo in un altro modo”. Probabilmente è vero. Tutto è stato detto. Non oggi, non ieri ma all’inizio della Storia. E la rinascita – non già la resurrezione incalza Rea – è un moto perpetuo di arricchimento, di fecondazione, di reiterato e salutare saccheggio.
“Sono opere – ha scritto di recente Loredana Rea, puntuale alter ego dell’artista – che vivono totalmente in quel tempo prossimo e contemporaneamente remoto”, quasi a ribadire, qualora ce ne fosse bisogno, il senso circolare e transitorio dell’intero racconto.
Ecco allora che il viaggio nel mito ci restituisce una nuova iconografia come se il tempo trascorso avesse alimentato – e rigenerato, naturalmente – una rivelata, inedita prospettiva gerarchica. L’immagine si apre ad una rafforzata contaminazione simbolica, la pittura offre il fianco, accogliendola forse come figliolanza riparatrice, ai segni e alle misture di una comunicazione – di una dialettica – non più rassicurante o subalterna ma invasiva, feroce, perforante. I profili solenni che restituivano all’intera struttura narrante finanche la percezione di un moto perpetuo, duraturo – quasi l’artista avesse imbarcato con sé Teseo, Dioniso, Persefone e Danae lungo le rotte del vento – mutano l’indirizzo scenico. A loro, ai suoi compagni di viaggio, Rea restituisce il volto del tempo presente. Ma non quello sociale, afflitto, disincantato, inquieto; non già lo sguardo oppresso relegato nelle periferie metropolitane, nei sobborghi scordati, nelle case della quotidianità negata. A loro attribuisce le sembianze di una immortalità – smaniosamente estetica – che è consanguinea di quella primordiale. Il mito è racconto ed è viaggio, pertanto. E appartiene esclusivamente ad una dimensione altra ma non per questo troppo distante dai sogni, dalle attese, dalle utopie. Degli uomini, naturalmente.

Gennaio 2009
Rocco Zani 


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