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La casa di Dedalo


Fernando Rea
LA CASA DI DEDALO
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Mostra d'arte a cura di Rocco Zani
5 - 24 Febbraio 2009
Frosinone, Villa Comunale, via Marco Tullio Cicerone
Inaugurazione giovedì 5 febbraio ore 18

 

 Intervista a Fernando Rea
di Rocco Zani


UNA VITA IN PROGRESS. DALL’INFORMALE ALLA NUOVA FIGURAZIONE, DALLA MACRONATURA AL SIMBOLISMO ERMETICO PER APPRODARE POI AL MITO. VORREI CHE TRACCIASSI, IN BREVE, I TEMPI E I TERMINI DELLA TUA VICENDA ARTISTICA
Ho intrapreso il mio viaggio nell’arte nel 1952. E’ stato quello un decennio di formazione, di informazione e di incontri. Il pittore Manlio Sarra mi ospitava spesso nel suo studio in via del Vantaggio, nel cuore della Roma artistica tra Piazza del Popolo, l’Accademia di Belle Arti, Piazza di Spagna, via Margutta, via del Babuino. Tramite Sarra ho conosciuto Turcato, Burri, Cagli, Omiccioli, Afro, una generazione di artisti che a Roma aveva un peso rilevante. Già conoscevo l’opera di Picasso, poi degli Impressionisti francesi e degli Espressionisti tedeschi. Da Sarra ho conosciuto la mia prima mercante, Maria Carbisiero.
Nel 1958 la mostra di Pollock mi spinse a sperimentare l’informale: utilizzavo la sabbia nei colori ad olio, mantenendo però nelle opere una solida struttura interna.
Agli inizi degli anni ’60 ho incominciato ad interessarmi di nuove figurazioni, fondando con gli artisti Floridia, Loreti, Gismondi, Palombo (poi Scelza) il Gruppo 5 di Nuova Realtà.  La pittura allora si caratterizza di immagini plasticamente definite e politicamente impegnate. Sono questi gli anni delle conoscenze e delle amicizie con artisti della mia generazione: Calabria, Gruccione, benedetto, Pereira, Pandolfini, Schifano.
Nei primi anni ’70 definisco e teorizzo la Macronatura con le prime “giungle mediterranee”, rappresentando la vita riconoscibile come atto creativo della natura e invenzione reale dell’artista: un frammento di natura come se fosse il mondo intero.
Già conoscevo i critici Morosini, Giacomozzi, Finizio, il pittore Levi e ho iniziato il rapporto con la galleria Due mondi di Roma e Ganzerli di Napoli, stringendo amicizia con i critici Micacchi e Crispolti.
Il decennio successivo è caratterizzato da introspezioni esoteriche e dalla scelta del silenzio come mezzo espressivo privilegiato per le mie opere, a indicare il superamento della parola, che è insufficiente a spiegare quello che si spiega da sé guardando.
L’opera dell’artista (del Poietes) diventa l’essenza sapienziale intraducibile con le parole, la sublimazione dello sguardo spirituale.
Duilio Morosini mi segnala sul Bolaffi e Giorgio di Genova mi invita a far parte della NarcisoArte (e in seguito mi inserisce nella sua Storia dell’Arte Italiana).
Nel ’93 nella Galleria Angelus Novus a L’Aquila lancio il Manifesto della MITARTE, che ha avuto una lunga gestazione a partire dalla seconda metà degli anni ’80. Il manifesto contiene  in sé, anticipandoli, gli sviluppi degli attuali lavori. Nella Mitrate è teorizzata la trasmutazione degli elementi. Dei metalli, dei legni, dei vetri, delle carte, dei colori, della terra, dell’acqua, dell’aria, del fuoco. Oggi trasmuto le immagini dei rotocalchi, che altrimenti sarebbero obliate nell’anonimato e distrutte dal macero e le faccio rivivere come icone “glamour” di una bellezza senza tempo, che il mio “mito mitologico” conferisce loro.


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