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LE MURA MEGALITICHE. Il Lazio meridionale tra storia e mito

LA MOSTRA
 “Quando vidi queste pietre nere e titaniche che sono conservate così bene, come avessero soltanto degli anni, invece di essere antiche di millenni, la mia ammirazione per la potenza umana, divenne molto più grande di quando avevo visto il Colosseo a Roma …”. La suggestione esercitata fino ad oggi dalle mura megalitiche traspare dalla descrizione che Ferdinand Gregorovius, storico, viaggiatore e scrittore tedesco in visita nella metà dell’800 in Italia, fa delle mura poligonali di Alatri.
Come afferma Giovanni Maria De Rossi, la riscoperta delle mura poligonali attuata anche attraverso la mostra ospitata al Vittoriano, costituisce un doveroso attestato di stima e riconoscenza verso un sistema costruttivo che nel suo lungo divenire strutturale ha lasciato, tra luci e ombre, incredibili e significative tracce anche nell’area del frusinate. Le luci sono date dallo splendore delle maestose strutture che ancora oggi, come in un novello “grand tour”, meritano di essere visitate; le ombre derivano soprattutto dalle molte domande che ancora perdurano: è oggi opportuno affrontare le relative argomentazioni per quelle che sono, vale a dire delle problematiche archeologiche e non dei misteri.
Le mura in opera poligonale sono delle strutture realizzate a secco, senza cioè l’uso di leganti, quali malte o terre argillose, affiancando e sovrapponendo blocchi, detti anche “conci”, di medie e grandi dimensioni, a formare una costruzione megalitica. Comune denominatore doveva essere la coscienza che si andava realizzando una struttura che non era solo una “muratura” ma un vero e proprio “muro”, destinato a ben precise finalità, recinzione urbana, fortificazione, terrazzamento, ecc., e quindi “costruito”, pur nella spontaneità, con dei contenuti strutturali e statici necessari, e perciò ripetitivi. Tracciato sul terreno il perimetro urbano, il lavoro doveva essere suddiviso in più lotti affidati a gruppi di maestranze specializzate sia nel taglio che nella messa in opera del pietrame: stiamo parlando, cioè, di una serie di cantieri ante litteram. Selezionate per grandezza e forma le pietre affioranti e staccate dalle pareti del banco calcareo, si procedeva a far arrivare gli altri blocchi al punto prescelto mediante scivolamento su piani inclinati di terra, con l’ausilio di slitte e rulli lignei ed un sapiente uso del cordame.
La resistenza di costruzioni del genere, realizzate con la tecnica muraria a secco, con blocchi né ingrappati né imperniati né, tantomeno, uniti da leganti cementizi, era demandata esclusivamente alla forza d’inerzia. Quindi, coesione e compressione, sollecitate dal rapporto fra volumetria, sovrapposizione e affiancamento dei blocchi, garantivano staticità e resistenza, soprattutto alle spinte verticali. Con il semplice aiuto di leve lignee si procedeva all’affiancamento dei blocchi sino a realizzare un primo filare della lunghezza prestabilita e poi i successivi ricorrendo via via ad un livellamento e inserendo zeppe lapidee. Filare dopo filare si raggiungeva la quota di vita dell’area urbana: qui l’ultimo tratto del muro era complementato da strutture più snelle, adatte ad essere sagomate per lasciare gli spazi per la difesa con armi da lancio e getto. 




 

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