E’ risaputo che nel teatro espressionista conta la “battuta mirata”, perché caricata e urlata nel contesto scenico, mentre nella pittura viene messo in primo piano lo stato d’animo, che movimenta dal di dentro la rappresentatività della parola, collocata in superficie nella sua deformazione animistica. Nasce da questa distinzione critica il rilievo del Contini, secondo cui “la categoria grammaticale tipicamente espressionistica è il verbo” ( cioè la messa in moto dell’elemento frastico), mentre per la categoria “impressionista è l’aggettivo”, se vogliamo esornativo, ancorché dipendente dall’abbellimento del discorso. Sul piano dell’alternanza ne viene di conseguenza che “l’espressionismo non si oppone puramente e semplicemente all’impressionismo, ma cresce su una premessa impressionistica e la ingloba”. Boccioni diceva “la supera”. Nasce da questa iniziale attenzione per la “battuta staccata” dal contesto (negli episodi isolati e contrastanti di volti-teschi e di urli-morte), l’equivoco di considerare la pittura di Vittorio Miele “liberatoria” e insieme legata alla “memoria”, in definitiva “ricca di…radici locali, di accorsi postimpressionisti, di nostalgie fantastiche”, laddove è invece da leggere nell’espressione il conflitto, nient’affatto fantastico, tra chi avverte la necessità di cambiamento-superamento, per ripristinare un legame nell’uomo che vuol “vedersi dentro”, e tra la natura distaccata e oggettiva, purtuttavia impregnata del sentimento diffuso di gioia cromatica. Da qui l’erompere della crisi, che non libera la coscienza e non avverte il peso della memoria, tutta dislocata nel suo lontano passato, tanto è incombente la ribellione e urgente il grido primordiale, volto all’hic et nunc; tanto sono fragorosi quei rossi e quei gialli contrastati dai blu profondi e dai verdoni cupi, mentre il senso del notturno avanza anche in pieno giorno in quel paesaggio che non presta alcuna attenzione al colore e alla veduta locali. Si tratta in effetti di paesaggio interiore, bloccato perché marcato nei profili blu o neri, ma che nell’asprezza della sua geometria – delimitata secondo la tecnica del cloisonnisme – non rappresenta la muta olimpicità della beata solitudo, partecipando invece al coinvolgimento, in diretta, dello stato d’animo rivoltoso del soggetto creatore. Con l’evidente risultato che l’immagine, anziché richiamare il mimetismo naturalistico, evidenzia un vitalismo vibrato e deformato, di portata interiore e dinamica. |