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Vittorio Miele - Mostra antologica di dipinti


Vittorio Miele 
DIPINTI
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4 - 24 Ottobre 2009
Frosinone, Villa Comunale, via Marco Tullio Cicerone


All'inizio degli anni '90, Rocco Zani intervista Vittorio Miele...


L’incedere devastante delle ore ne ha ridefinito i sorrisi rari, e il segno di un’ineluttabile sofferenza campeggia imperioso sul volto svigorito. A quasi settanta anni le percorrenze riguardano, fatalmente, i confini labili dei giorni o le astuzie millenarie per dilatarne la specificità del tempo. Vittorio Miele appare oggi ancora più indifeso, stretto tra la ricordanza ossessiva e i camminamenti precari. Lo incontro nel suo studio dove l’ordine accidentale dei fogli e delle tele sembra dettare gli anni e i giorni di una vita.

C’è un’immagine fotografica ormai ingiallita, che risale alla fine degli anni ’30, che ti ritrae, insieme alla tua famiglia, intento a disegnare. Un presagio?
Quell’immagine, a cui sono profondamente legato, testimonia inconsapevolmente, quello che sarebbe accaduto. La rivedo spesso e ogni volta ne colgo significati inediti. I volti dei miei genitori lasciano già intuire la tragedia che di lì a poco avrebbe “invaso” le nostre vite. Ed io, per nulla ignaro di quegli umori, cercavo nei segni e nel colore, un’apparente tranquillità. Forse, tutto è nato così, nel tentativo addirittura risibile di depistare le mie paure, le mie ansie. Di quel tempo ricordo con affetto l’orgoglio e l’attenzione di mio padre per quei miei primi tentativi.

Hai sempre sottolineato un’atavica predisposizione per la pittura degli impressionisti. Da cosa nasce quest’amore viscerale?
In effetti, nell’evolversi, talvolta tragico, della mia condizione di uomo e di artista, ho verificato una sorta di ineluttabile “adattamento” ai temi, agli umori, direi addirittura ai significati intimi con i quali questi Maestri interpretarono la propria fragile ma impetuosa esistenza. E’ stato quasi naturale per me riafferrare in quei cieli violenti, nelle ombre improvvise, o nei campi devastati dal vento, il prologo della mia presenza, l’origine di ogni mio successivo incedere. E mi ha affascinato da sempre la modernità estrema di quella pittura, il modo incessante e inconsueto, per quei tempi, di dettare le immagini, di leggere il presente con gli occhi già proiettati oltre. Da qui nasce il mio desiderio per una pittura “giocata” sul filo dell’impressione diretta, per nulla manipolata da osservazioni accademiche, eppure ricca, almeno credo, d una inevitabile e periodica rivisitazione del mio io.

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