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Vittorio Miele - Mostra antologica di dipinti


Anni ’70, anni di lunghi viaggi…
Iniziai quasi per gioco, sollecitato forse da un’idea profondamente intima, quella di ripercorrere l’antica “rotta” di mio padre. Di ricostruirne l’immagine attraverso i viaggi che lui fece in America prima della guerra; o ascoltando gli idiomi dell’Est che, orgogliosamente, imparava con incredibile velocità. Ecco allora le mostre di Detroit e di Birmingham e successivamente quelle di Toronto e di Montreal alla celebre “Place Bonaventure”. Ricordo il freddo polare di quegli inverni, il rosso inconsueto delle foreste canadesi, i televisori sempre accesi, finanche la notte. Una salutare pausa di riflessione la feci in Jugoslavia, nella comunità artistica di Pocitely, luoghi e figure forse azzerati dall’attuale guerra civile. Il maresciallo Tito aveva creato questa “città dell’arte” tra le colline solari dell’Erzegovina, tra i filari di melograni interrotti da sobri alloggi di pietra. Gli artisti, pittori, poeti, musicisti, vi giungevano da ogni nazione le estati si riempivano di dialetti sconosciuti eppure incredibilmente comprensibili. Dopo vent’anni ricevo ancora i saluti di alcuni di loro.

Hai parlato dei contenuti allarmanti di alcune tue opere. Qualcuno sostiene che la tua sia una sorta di “pittura del dolore”. Da cosa nasce questa considerazione interpretativa?
Ci sono, è fatale, referenti storici e personali che fanno di noi, di tutti noi, i terminali temporanei di storie già vissute, già descritte, già annotate. Ognuno deve fare i conti con la propria condizione, con gli eventi, talvolta inafferrabili, che sconvolgono o mitigano la propria esistenza. La mia storia è stata la storia di milioni di uomini che hanno subito la violenza della sopraffazione e dell’intolleranza. Una storia di corpi “offesi”, mutilati, devastati dalla follia della guerra. Per lunghi anni ho rivisto incessantemente il film della mia giovinezza; in bianco e nero, quasi che le tragedie fossero orfane di qualsiasi colore. Eppure il sangue è rosso, mi chiedevo. Tutto scorreva dinanzi a me in una sorta di grigio assoluto, di assenza di contrasti. Non ho cercato e non ho creato una “pittura del dolore” ad uso e consumo dell’osservatore ma ho semplicemente scritto il mio diario in maniera insolita, sostituendo alle parole abituali l’unica forma espressiva che conoscevo, la pittura. Ma il dolore non è soltanto in quei volti scavati o nei corpi saccheggiati di ogni volontà. E’ nei fiori solitari posti sul tavolo solitario in una stanza altrettanto solitaria. O nelle colline d’inverno quando la neve cela ogni traccia di vita. O in quell’incedere grottesco delle “mie” figure cittadine.

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