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Vittorio Miele - Mostra antologica di dipinti


Perché per narrare il presente ricorri a figure o a situazioni che talvolta appartengono al passato?
Ho già detto come la pittura sia il mio linguaggio primario, la formula espressiva più idonea ad indicare e trasmettere ogni mia idea. E lo faccio, talvolta paradossalmente, altre volte per ironia, molto spesso per affetto, “utilizzando” teoremi espressivi che appartengono di fatto alla mia memoria storica. La metafora della vita, con le sue albe e i suoi tragici tramonti, la lascio raccontare alle contadine grasse che affollano i miei ricordi infantili; o agli uomini pigri che sostano celati dalle ombre della città. Oppure penso ad una Parigi rivisitata dai fantasmi di ieri.

James Hensor considerava i critici d’arte “cefalopodi inchiostratissimi”. Cos’è cambiato da allora?
Voglio risponderti con un episodio perfino comico. Pochi giorni fa un critico toscano, visitando il mio studio, ha notato nelle opere recenti una sorta di “superamento dei vincoli prospettici” (così diceva) individuando in quelle tele una raggiunta maturità del mio lavoro pittorico, la sintesi ideale di ogni mia traccia. In verità, molto onestamente, credo che quell’interpretazione sia nata da un equivoco di fondo, ovvero dalla precaria condizione della mia vista che non mi consente di gestire lo spazio e i colori come vorrei. Ognuno dà una lettura assolutamente soggettiva del fenomeno artistico. Ognuno ha un suo punto di vista.   

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