Ciò che costituiva un vanto per la città di Sora, preziosa testimonianza della configurazione urbanistica dei primi del XIII secolo, è ora irrimediabilmente compromesso da uno scellerato atto vandalico: si tratta dell’unico tratto ancora in piedi del circuito difensivo, elevato sul colle di San Casto a protezione dell’abitato, da pochi giorni orribilmente sfigurato da scritte in vernice. La cinta muraria risale ai primi anni del Duecento, e fu verosimilmente edificata a seguito dell’annessione della contea sorana al Patrimonium Sancti Petri, sancita nel 1208 da papa Innocenzo III mediante l’investitura del fratello Riccardo de comitibus Signie. Dall’altura, le mura scendevano perpendicolari verso il fiume Liri, interrompendosi poco sopra l’abitato: grazie ad un complesso sistema di fortificazioni e salienti, il circuito assolveva alla difesa dell’area urbanizzata. La durissima distruzione inflitta alla città nel 1229, ordinata dall’imperatore Federico II di Svevia per punirne la ribellione verso l’autorità imperiale, interessò anche le mura: sull’esempio di Cartagine, Sora fu rasa al suolo, e il lacerto superstite, ora barbaramente vandalizzato, rappresenta la sola attestazione dello svolgimento dell’antico tracciato difensivo. Dispiace assistere ad episodi simili, e soprattutto constatare come un simile misfatto, con tutta probabilità compiuto da giovani sconsiderati, sia mosso dall’ignoranza e dal disprezzo verso le emergenze storico-artistiche che popolano il nostro bel territorio. O forse - per concludere con una nota d’amarezza - gli ignoti artefici del delitto sono dei nostalgici ghibellini, decisi a perpetuare la lotta tra Papato e Impero e a distruggere quanto miracolosamente scampato all’ira sveva. «Ui caperis, ui capta peris merito peritura/Sora ruis, tua dampna luis, sero reditura».
(pubblicato il 05.02.10)
|